Ieri mi scrive sto tipo e mi chiede dell’hip hop. Mai visto e mai conosciuto. Così, per caso, per il caso che facebook a volte crea e a volte induce.

Però nulla. Mi scrive. Lo incontro. Gli parlo di Hip Hop. Di tutto quello che so. Che ho vissuto. Ne parlo come fosse una cosa lontana da me.

E poi oggi, sempre il caso che facebook decide di ricordarti, mi ritorna in mente una mail di tre anni fa. Stava uscendo il mio primo documentario.

E Elena mi scrisse queste parole.

 

“Dopo averti dato una passione, un canale espressivo, uno strumento di divertimento e di lavoro, l’hip hop ti ha anche affossato.
Ti ha allontanato dalla vita vera.
Ti ha recluso confinandoti in un personaggio perdente, deluso e insoddisfatto, disadattato, incompreso, arrivando ad assomigliare sempre più alle parole di un testo. non più le parole dicono cosa senti, ma sempre più tu vuoi assomigliare a ciò che ascolti. E ne sei orgoglioso. Ti dimeni come un giovane incazzato col mondo che non lo capisce fino in fondo… ma gabri, il mondo è fatto anche da te e tu lo puoi migliorare se non ti piace. Puoi crescere e cambiare da dentro, non lamentarti scendendo dal treno…”

Fa male. Perché non ci credevo. E perchè mi ha fatto male allora e me ne fa tuttora. Ma è per fortuna una delle mille mail dove il suo odio veniva fuori. Ormai l’ho perdonata, siamo andati oltre, è vita. Vita, che viene e va.

 

Me l’hanno distrutto quel gioco. Io non l’ho più guardato con quegli occhi. Che tutte le volte questa mia passione da fastidio a qualcuno e mi viene tutt’ora il vomito quando ne parlo.

Ho fatto pazzie per tutti. Per tutto. Mai chiesto nulla a nessuno. Mi son fatto i cazzi miei.
Eppure sto amore per l’hip hop ha messo tutti a disagio. Mi ripetono: Sei un disadattato. E lo rimani. E lo ripetono.
So bene che quel lavoro che mi ha portato via 3 anni non è mai stato ripagato. Ma quando il mio amico, che mi vedeva registrare le cassette alla radio e mi prendeva per il culo per i pantaloni taglia 54 e le felpe XXL, ha visto l’anteprima e mi ha fatto i complimenti, ho sentito che forse potevo vivere questa passione alla luce del sole. Che forse era il momento di farla uscire e di essere orgoglioso di un mio lavoro. Che la fatica… ma poi vaffanculo. A volte lo so che dare molto per una cosa te ne fa perdere altre. Ma vaffanculo. Non capisco perché io penso in modo diverso. Vorrei avere il loro odio. Perché io son più complesso e complicato. In fondo io voglio che le persone a me care esprimano se stessi al meglio. Sempre. Che si diano da fare e si sentano appagate. Così sento che il mio amore per loro ha un senso. Vadano dove devono andare. Lontani o vicini. Ma appagati. Felici delle proprie scelte.

E invece no. Se ti vedono che stai bene con il tuo gioco te lo rompono in mano.
L’attaccamento alle cose rende ciechi e furiosi.

E allora rileggo quello che ho vomitato su facebook giusto tre anni fa. Una vita fa. E chissà se lo penso ancora

“Non vi attaccate a me. Non vi attaccate a nulla. Vivere come se non ci fosse un domani è l’unica soluzione.
Amate dal profondo del cuore. Anche se la rabbia è l’unica cosa che avete conosciuto, amate fino alla fine. Versate l’ultime goccia della vostra borraccia su un germoglio in un deserto, perché la vita è così forte che sopravvive a tutto. Nonostante tutto.”

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